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Ripartireimpresa

Un nuovo servizio online il cui obiettivo è orientare, informare e accompagnare le imprese alla conoscenza e all'utilizzo delle misure economiche adottate dallo Stato e dalle altre Istituzioni per affrontare questa difficile fase della nostra economia legata all'emergenza sanitaria covid19 

 

 
 Ultima modifica: martedì 1 settembre 2020

 

Notizie dall'Unione
ATTIVITÀ ISTITUZIONALE
Effetto Covid-19 anche sulle imprese di stranieri: nel I semestre aumento di 6mila unità ma è il 40% in meno dello scorso anno

" "Continua a crescere la comunità delle imprese di stranieri in Italia ma l'effetto della pandemia ne frena l'espansione. Nel primo semestre del 2020 il saldo tra le nuove imprese e quelle che hanno chiuso i battenti si è attestato a 6.119 unità, portando lo stock di imprese di stranieri a raggiungere il valore di 621.367 unità, l'1% in più rispetto al 31 dicembre scorso. Se confrontato con lo stesso dato del 2019, il progresso evidenzia però un forte "effetto-frenata" dovuto al Covid-19: tra gennaio e giugno dello scorso anno, infatti, il bilancio tra aperture e chiusure di imprese di stranieri aveva fatto segnare 10.205 imprese, il 40% in più rispetto al dato di quest'anno.

E' quanto risulta dalla fotografia scattata da Unioncamere e InfoCamere sulle imprese di stranieri nel periodo gennaio-giugno dell'anno in corso, a partire dai dati del Registro delle Imprese delle Camere di Commercio.

 

La concentrazione maggiore di imprese di stranieri continua a registrarsi in Toscana, dove il 14,2% di tutte le attività economiche ha origini fuori dall'Italia. Liguria (13,7) e Lombardia (12,6) sono le regioni che seguono da vicino, insieme a Lazio, Emilia-Romagna e Friuli Venezia Giulia (tutte oltre il 12%). Con più del 10% anche il Veneto e Piemonte. La provincia a maggior tasso di imprenditoria straniera resta saldamente quella di Prato, con una quota del 30% sul totale delle iniziative imprenditoriali locali. Molto distanziata (con il 17,3%) segue Trieste, mentre altre quattro province (Firenze, Imperia, Reggio Emilia e Milano) si collocano oltre la soglia del 15%. Nei primi sei mesi del 2020, i progressi più sensibili hanno riguardato Roma (con 832 imprese di stranieri in più tra gennaio e giugno), Milano (+515) e Torino (+499) che occupano anche le prime tre posizioni in termini di numerosità assoluta di iniziative di stranieri (rispettivamente con 70.898 nella capitale, 58.316 nel capoluogo meneghino e 27.175 in quello sabaudo).

La forma giuridica più diffusa resta quella dell'impresa individuale (475mila unità pari il 76,5% del totale, una quota di molto superiore alla media italiana, ridottasi negli ultimi decenni a circa il 52%). Poco meno di 100mila imprese di stranieri adottano invece la forma di società di capitali (96.964 unità, il 15,6% del totale).

Le attività in cui si registrano il maggior numero di inziative di stranieri sono il commercio (circa 160mila), l'edilizia (120mila) e l'alloggio e ristorazione (48mila). Guardando però all'incidenza di queste realtà sul totale delle imprese operanti in Italia, i settori con l'incidenza più elevata di imprese di stranieri sono le telecomunicazioni (32,9%) e la confezione di articoli di abbigliamento (dove si arriva al 32%). 

Presentato il IV Rapporto sull’imprenditoria femminile

" "Il Covid rallenta la rincorsa delle donne di impresa ma non ne intacca la tenacia e la voglia di mettersi in gioco.

 

E' quanto emerge dal IV Rapporto sull'imprenditoria femminile, presentato il 27 luglio scorso.

 

Il milione e 340mila imprese guidate da donne, pari al 22% del totale, negli ultimi 5 anni sono cresciute ad un ritmo molto più intenso di quelle maschili (+2,9% contro +0,3%), espandendosi soprattutto  - e con una intensità maggiore delle imprese di uomini - anche in settori più innovativi, come le Attività professionali scientifiche e tecniche, l'Informatica e le telecomunicazioni.

 

L'emergenza Covid, però, sembra aver frenato la voglia di tante aspiranti imprenditrici di mettersi in proprio. Tra aprile e giugno, infatti, le iscrizioni di nuove aziende femminili sono oltre 10mila in meno rispetto allo stesso trimestre del 2019, con una flessione, pari al -4,3%, superiore a quella registrata dalle attività maschili (-35,2%).

 

Anche per effetto di questo calo, a fine giugno l'universo delle imprese femminili conta quasi 5mila unità in meno rispetto allo scorso anno. Questa dinamica inoltre rischia di rallentare quel processo di rinnovamento che si sta realizzando nelle generazioni più giovani. Come mostra l'indagine campionaria contenuta nel Rapporto, effettuata a ridosso dello scoppio della pandemia, sebbene le giovani donne d'impresa abbiano una minore propensione all'innovazione rispetto ai coetanei uomini, investano meno nelle tecnologie di gitali di Industria 4.0, siano meno internazionalizzate e abbiano un rapporto non facile con il credito, sono un sistema che condivide, in misura spesso più diffusa dei colleghi uomini, una serie di valori fondanti. L'impresa giovanile femminile, infatti, è più attenta all'ambiente, guidata soprattutto dall'etica e dalla responsabilità sociale, nasce da un forte desiderio di valorizzare le proprie competenze ed esperienze professionali, dà lavoro di più ai laureati e intesse rapporti più stretti e frequenti con la comunità territoriale. 

Difficile, ma non impossibile, il recupero post covid per le aziende pisane

" "Nel corso della consueta rilevazione mensile del Sistema informativo Excelsior, realizzata in accordo con ANPAL e Unioncamere dal 29 maggio al 9 giugno 2020, sono state poste alle imprese con dipendenti della provincia di Pisa una serie di domande per avere un quadro aggiornato della situazione.

 

Il quadro che emerge dai dati - afferma il Presidente della Camera di Commercio di Pisa, Valter Tamburini - è molto pesante ma lascia intravedere qualche elemento positivo. Pesante perché mette in luce una situazione molto delicata soprattutto per quegli spezzoni della nostra economia che andavano bene prima della pandemia come il turismo e in parte anche la meccanica e la moda. E' invece positiva la capacità di reazione delle imprese che non solo pensano a ripartire in sicurezza riqualificando il personale, ma colgono questo momento estremamente difficile per investire sul digitale che in questo frangente, ma non solo, diventa un elemento estremamente importante."

 

Alla fine della prima fase covid, nel periodo 29 maggio - 9 giugno 2020, il 30% delle imprese con dipendenti della provincia di Pisa (si tratta di oltre 3mila unità) si collocavano su posizioni non troppo lontane dalle condizioni operative precedenti, mentre la maggior parte delle imprese, il 64% (quasi 7mila), ha dichiarato di operare a regimi ridotti rispetto alla situazione pre-covid mentre il 6% (circa 700) erano ancora sospese o stavano valutando di non riprendere l'attività.

 

La lettura della situazione delle imprese a livello settoriale aiuta a descrivere il diverso impatto prodotto dalle norme sul lockdown: i servizi alle avanzati imprese (finanziari, assicurativi, informatici, ecc.) essendo tra i comparti cui la crisi ha richiesto un particolare impegno, pur dovendosi riorganizzare, hanno conservato una continuità nelle attività che ha consentito di presentarsi alla fase del riavvio valori che si aggirano intorno al 50% delle imprese nelle condizioni operative pre-crisi. All'estremo opposto la filiera del turismo-ristorazione dove il 77,5% delle imprese si sono rimesse in attività a regimi ridotti mentre il 18,7% sta valutando di arrivare alla chiusura o al prolungamento della sospensione, una situazione che potrebbe modificarsi sulla base dell'effettivo andamento della stagione estiva. Tra gli altri comparti del terziario che hanno avvertito in modo pesante gli effetti del lockdown troviamo il commercio ed i servizi alle persone, in questo ultimo comparto la quota di aziende chiuse o dove si valuta la chiusura arriva al 13,9%. Anche sul versante dell'industria il quadro rimane critico con il 63,3% delle imprese che operano ancora a regime ridotto e punte del 74% nella moda dove, come noto, cuoio e calzature sono settori di punta.

 

Contrariamente a quanto accade a livello nazionale la presenza stabile sui mercati internazionali e la maturità digitale delle imprese non rappresentano, almeno in questo frangente, fattori rilevanti nell'affrontare la crisi. Se è infatti vero che solo il 3,8% delle imprese vocate all'export non ha ancora riavviato l'attività o valuta la chiusura, il 65,7% opera ancora a regime ridotto. Per le aziende considerate digitali solo il 5,1% non ha ancora riavviato l'attività o valuta la chiusura, mentre il 59,4% lavora a scartamento ridotto.

A determinare questa differenza è ovviamente la diversa composizione del tessuto produttivo con Pisa che risulta relativamente più specializzata nel turismo e nella moda, comparti oggettivamente colpiti in modo più forte rispetto ad altri.

 

Alla data di realizzazione dell'indagine, il 42,2% delle imprese pisane (oltre 4mila) ha presentato domanda per accedere alle misure di sostegno previste dal Decreto liquidità contro una media nazionale ferma al 37%: di queste il 59% risulta essere già stato approvato. Oltre ai finanziamenti previsti dal Decreto liquidità, per assicurarsi i fondi necessari, il 27,4% delle imprese ha utilizzato linee di credito bancario già in essere, richiesto anticipi sulle fatture, ovvero l'attivazione di prestiti e i finanziamenti previsti dalla regione. 

Mediazione internazionale: il modello Firenze in Uzbekistan

" "La Camera di commercio di Firenze, con il suo servizio di mediazione internazionale (FIMC-Florence International Mediation Chamber) e la sua Azienda Speciale PromoFirenze, contribuirà alla nascita del primo servizio di mediazione internazionale dell'Uzbekistan.

 

Il Governo uzbeko ha recentemente avviato un ampio piano di attrazione degli investimenti, e in tale contesto ha velocizzato l'attuazione di riforme legislative e della giustizia volte ad assicurare un quadro giuridico stabile in grado di supportare i cambiamenti attesi. Accanto ad azioni di miglioramento dell'efficienza dei tribunali, sono stati varati provvedimenti legislativi per sviluppare l'uso di strumenti alternativi di risoluzione delle controversie, come l'arbitrato e la mediazione, finalizzati a rendere più fluidi i rapporti commerciali con le imprese interessate ad investire nell'area.

 

In particolare, con un decreto presidenziale del 2018, è stato istituito presso la Camera di commercio dell'Uzbekistan il Tashkent International Arbitration Centre (TIAC), unica istituzione nello Stato che, oltre alla gestione di arbitrati condotti secondo la legislazione interna uzbeka, è autorizzata a gestire arbitrati di diritto internazionale. Dal gennaio 2019 è in vigore in Uzbekistan la prima legge sulla mediazione, di conseguenza il TIAC, prima istituzione uzbeka nel settore, è intenzionato ad istituire anche un servizio che gestirà questo tipo di procedure. L'obiettivo dell'istituto uzbeko è quello di affermarsi come punto di riferimento per la risoluzione di controversie relative ad investimenti internazionali (ovvero quelle tra Stati e investitori) e di quelle sorte nell'ambito del protocollo della Via della Seta, all'interno del quale l'Uzbekistan ha una collocazione logistica strategica. Il progetto è supportato dalla USAID (United States Agency for International Development).

 

Il Legal Reform Program (LRP), progetto dell'Agenzia Governativa Statunitense (USAID), ha l'obiettivo di supportare le azioni del governo uzbeko per l'implementazione della legislazione, sviluppare le competenze di professionisti e istituzioni, migliorare l'accesso alla giustizia e la qualità del contesto giuridico per la società civile, promuovere la parità di genere e, in generale,  creare un miglior clima per gli investimenti. Tra i progetti del Legal Reform Program rientra quello di sviluppare le competenze del TIAC in materia di mediazione, e a questo scopo si avvale della collaborazione della FIMC per sviluppare un regolamento di mediazione internazionale, funzionale al miglior sviluppo dei rapporti commerciali ed economici.

 

Per la Camera di Commercio di Firenze, tramite la FIMC, è l'occasione per mettere a disposizione l'expertise maturata in Italia, dove la legge sulla mediazione civile e commerciale è in vigore dal 2010, nonché in ambito internazionale, con la presenza di un servizio dedicato dal 2015. I compiti della FIMC saranno, tra l'altro, quelli di assistere il TIAC nella messa a punto del regolamento del servizio, di un modello di clausola di mediazione e di criteri di fissazione delle tariffe in modo che queste possano soddisfare al meglio le esigenze delle parti, sia uzbeche che estere, pubbliche e private.

 

 

La fotografia delle imprese in provincia di Lucca al 30 giugno 2020

" "Le imprese registrate in provincia di Lucca al 30 giugno 2020 risultano 42.513, un valore in calo di 201 unità (-0,5%) nei primi sei mesi dell'anno. Come era atteso, nel primo semestre 2020 si è rilevata una contrazione lievemente superiore agli anni precedenti, quando la contrazione del tessuto imprenditoriale provinciale era risultata contenuta a pochi decimi di punto percentuale. Anche la numerosità delle imprese attive in provincia ha evidenziato una lieve diminuzione nei primi sei mesi dell'anno, contenuta in 29 unità in meno (-0,1%), che ha portato a quota 36.121 le imprese operative a fine giugno. Nel confronto territoriale, a livello regionale si è registrata una diminuzione delle imprese attive del -0,2% da inizio anno, mentre a livello nazionale il calo si è fermato al -0,1%. Le maggiori difficoltà hanno riguardato i territori di Firenze e Arezzo, seguite da Prato. Stabili invece Grosseto, Livorno e Massa Carrara.

 

L'effetto Covid-19 ha iniziato a produrre i primi effetti sulla nati-mortalità del sistema imprenditoriale. Complice anche il lockdown, tra gennaio e giugno si è osservato un rallentamento nelle aperture di nuove imprese con 1.105 iscrizioni contro le 1.515 del primo semestre 2019, il 27,1% in meno. Contestualmente sono diminuite anche le cessazioni (al netto di quelle operate d'ufficio), che si sono attestate a 1.103 nei primi sei mesi dell'anno rispetto alle 1.408 dell'anno precedente, il 21,7% in meno. Al bilancio del semestre ha contribuito in positivo la componente artigiana, che ha chiuso il periodo con un saldo attivo grazie alle 418 iscrizioni di nuove imprese a fronte di 401 cessazioni, e una diminuzione delle iscrizioni di imprese artigiane (-19,8% rispetto al primo semestre 2019) più contenuta rispetto al totale imprese (-27,1%).

 

Nei primi sei mesi del 2020 la consistenza del tessuto imprenditoriale lucchese ha evidenziato dinamiche eterogenee a livello settoriale.

Si è registrata una nuova contrazione dell'agricoltura, silvicoltura e pesca che, con un calo di 10 unità (-0,4%) rispetto a dicembre 2019, è scesa a 2.336 imprese attive in provincia. Sono tornate invece a crescere le imprese operative nel settore delle costruzioni, che hanno recuperato 23 unità rispetto alla fine del 2019 (+0,4%) dopo anni di diminuzioni. L'industria in senso stretto (estrattivo, manifatturiero, utilities) ha perso 9 imprese (-0,2%), delle quali 4 unità nel manifatturiero (-0,1%), scendendo a quota 4.382 unità attive in provincia.

 

Il settore dei servizi, che nel complesso racchiude 23.163 imprese attive (il 64,1% delle imprese operanti in provincia), ha perso 30 imprese (-0,1%) nei primi 6 mesi dell'anno, con un andamento particolarmente negativo del commercio (9.241 imprese attive) che ha lasciato sul campo 104 unità (-1,1%). Altre diminuzioni di sono registrate nelle altre attività dei servizi (riparatori, acconciatori, istituti di bellezza, lavanderie, etc.), in calo di 24 imprese (-1,3%), nelle attività finanziarie e assicurative (-0,9%; 8 imprese), nel trasporto e magazzinaggio sceso del -0,7% (-6 unità), nelle attività di alloggio e ristorazione (-0,2%; -6 unità). In flessione anche il comparto della sanità che ha perso 5 unità (-3,2%), mentre i restanti settori hanno evidenziato andamenti positivi, con le attività di noleggio e servizi alle imprese in crescita di 45 unità (+3,0%) a quota 1.547 imprese attive e le attività di affitto e gestione di immobili di proprietà o in leasing salite di 36 unità (+1,5%). Sono cresciuti anche i settori delle attività professionali, scientifiche e tecniche (+17 imprese, +1,7%), le attività artistiche e sportive (+12; +1,3%), il comparto istruzione e i servizi di informazione e comunicazione.

  

Fase 3: 2 imprese su 5 contano di recuperare entro il 2020

" "L'emergenza non è ancora finita ma le imprese già guardano al domani. Anche se permane un clima di incertezza, sono 600 mila le aziende che contano di recuperare risultati operativi accettabili entro fine anno. Mentre per ulteriori 580 mila bisognerà aspettare il 2021 per superare questo passaggio difficile.

 

E' quanto risulta da un approfondimento del sistema informativo Excelsior su un universo di 1.380 mila imprese con almeno un dipendente, condotta tra il 25 maggio e il 9 giugno 2020 da Unioncamere in accordo con Anpal, per indagare sugli impatti del  lockdown e sulle strategie per i prossimi mesi e i tempi previsti per la ripresa

 

Secondo l'indagine soltanto 180 mila imprese (il 13,1% del totale) non ha subito contraccolpi produttivi e perdite economiche significative nel corso del lockdown, a fronte di quasi l'85% delle aziende che non ha ancora potuto assorbire le ripercussioni della crisi.

 

A presentarsi più preparate a superare le barriere fisiche imposte nella fase del lockdown, sono state le imprese che hanno adottato piani integrati di digitalizzazione. Il 15,3% di queste dichiara di non aver subito perdite nel periodo del lockdown e sembra poter guardare ad un recupero relativamente meno lontano nel tempo avendo potuto adattare più rapidamente la propria organizzazione ai cambiamenti repentini determinati dalla crisi da Covid-19. Al contrario, l'insufficiente o parziale impegno negli investimenti digitali è un fattore che porta le imprese a valutare tempi di ripresa più lunghi e a riportare maggiori difficoltà nella gestione finanziaria delle fasi dell'emergenza sanitaria.

Aver potuto riprendere le attività immediatamente dopo la fase di più stretto lockdown fa sì che le imprese delle costruzioni mostrino la migliore aspettativa di recupero tra tutti i principali macro-settori. Per quasi un sesto degli operatori il superamento delle difficoltà è atteso entro fine luglio e per un ulteriore 9% entro la fine di ottobre, sebbene la quota di quelli che non hanno subito perdite nel periodo di sospensione obbligata è piuttosto contenuta (intorno al 7%).

 

Situazione più critica invece per le imprese del settore turistico. Ben il 63,1% di queste imprese ritiene di poter tornare a livelli di attività adeguati solo in tempi lunghi - non prima del primo semestre del 2021. E soltanto il 6,2% (la quota più contenuta tra tutti i macro-settori) degli operatori del comparto prevede il ritorno a condizioni accettabili entro il mese di ottobre. A pesare in particolare sono gli effetti della perdita del volume di affari per la chiusura delle attività, con tempistiche più lunghe rispetto ad altri settori, e l'inevitabile protrarsi delle limitazioni nei flussi turistici dall'estero, oltre agli effetti depressivi legati al generalizzato calo dei redditi sia sul fronte interno che internazionale.

 

Una situazione analoga, anche se a tinte meno fosche, è quella prospettata dalle imprese del commercio. Una su due teme infatti che gli effetti dell'emergenza Covid-19 della primavera 2020 possano durare per oltre un anno. A fare la differenza anche in questo caso sono soprattutto l'aumento delle difficoltà economiche per molti nuclei familiari, che ne riducono la capacità di spesa, oltre alle modifiche delle abitudini di spesa dei consumatori a seguito delle misure di contenimento.

 

Migliori capacità di reazione si evidenziano, invece, per le imprese che operano nei settori della sanità e dei servizi assistenziali privati (con il 63,5% degli operatori che già nel 2020 conta di raggiungere un pieno recupero) e dell'istruzione e dei servizi formativi privati (con il 17,4% delle strutture che traguarda alla fine di ottobre i tempi del recupero).

 

Nel manifatturiero sono invece i settori della meccanica, dei settori elettrico ed elettronico e della chimica-farmaceutica a contare di poter contenere entro la fine del 2020 gli effetti più pesanti delle restrizioni indotte dalla pandemia.

  

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